TOMMASO MORO

“Dammi, Signore, una buona digestione ed anche qualcosa da digerire. Dammi la salute del corpo, col buon umore necessario per mantenerla. Dammi, Signore, un’anima santa, che faccia tesoro di quello che è buono e puro, affinché non si spaventi del peccato, ma trovi alla sua presenza la via per mettere di nuovo le cose a posto. Dammi un’anima che non conosca la noia, i brontolamenti, i sospiri e i lamenti, e non permettere che io mi crucci eccessivamente per quella cosa troppo invadente che si chiama “Io”. Dammi, Signore, il senso del ridicolo. Concedimi la grazia di comprendere uno scherzo, affinché conosca nella vita un po’ di gioia e possa farne parte anche agli altri. Così sia”.
La pagina riportata è una preghiera. Modernissima, intelligente, scritta nel 1500. E’ di un santo, Tommaso Moro, un inglese. Non era un prete, né un frate, né un monaco, né un fondatore di congregazioni religiose. Non fece in vita nessun miracolo; non ebbe visioni, estasi, rapimenti.
Era un avvocato brillante, coltissimo, contemporaneo e amico di quell’ Erasmo da Rotterdam, che riempì di sé la cultura e le dispute rinascimentali. E’ tutto dire.
Aveva seguito una carriera regolare, con la seria preoccupazione del futuro e l’impegno tenace per essere qualcuno, nell’Inghilterra di Enrico VIII piena zeppa di splendore e di terrore. Si sposò due volte, e fu padre di quattro figli. Fu portato progressivamente in alto, oltre i confini a cui voleva arrivare con la sua professione, per l’ammirazione ch’ebbero per la sua parola, per la ponderatezza delle decisioni e dei consigli, fino al più alto grado di potere dopo il re: cancelliere d’Inghilterra.
Il terribile, enorme Enrico VIII lo idolatrava, passava lunghe ore a passeggiare con lui, di sera, col braccio regale attorno al collo dell’amico; e spesso si faceva trovare in casa di lui ad attenderlo, per potergli parlare, per poterlo sentire. Era una vera persona intelligente, e perciò umorista, per di più inglese, vale a dire con un umorismo più fine ancora, pur avendo l’animo candido come un bambino e la prudenza dei serpenti. Non si fece illusioni mai. Meno che meno col suo illustre amico e protettore, il “Defensor Fidei” che aveva meritato la stima di Sua Santità Leone X, che era orgoglioso e perciò arrivista, sensuale e perciò violento, che diventò infine acre nemico del Papa, distaccando sé e l’Inghilterra dalla comunione con Roma.
Tommaso scriveva al genero: “Nonostante i favori, caro figlio Roper, debbo dirti che non ho ragione di andarne orgoglioso; se la mia testa potesse conquistargli un castello in Francia, non tarderebbe a cadere”.
Parlava di teste, e ce n’erano molte a corte, spesso non completamente piene; e se ne vedevano piene; e se ne vedevano cadere in serie, incominciando da quelle delle mogli di Enrico, troncate nettamente dalla precisione del boia, alla Torre di Londra. Sarebbe caduta anche la sua.
Aveva non solo parlato. Aveva trovato il tempo di scrivere un’opera, l’Utopia, profonda per cultura umanistica e religiosa, messa accanto alle cose più grandi del secolo, letta, commentata e ristampata. Oltre a scrivere ed a parlare agì. In casa fu marito e padre come bisogna esserlo, come non era facile anche allora; fuori, fu amministratore abile e ineccepibile, e buon organizzatore. Il vero “padre dei poveri”, rimasto sempre povero nelle più alte cariche politiche, beneficava gli indigenti con disposizioni pubbliche e interventi personali.
Pregò moltissimo. Giorno e notte. I cortigiani non lo capirono: non potevano vedere le ginocchia del Cancelliere incallite dalle adorazioni, coperte com’erano dai velluti e dalle pellicce; la moglie sì, lo sapeva; dicono che ne provasse orrore: le veglie, le penitenze, il cilicio che portava sulla pelle la convinsero a parlare al confessore di lui, perché lo persuadesse a smetterla. “Mirare agli onori di questo mondo, è come indossare un’armatura sulla porta di una prigione”, l’aveva detto a qualcuno, umoristicamente.
Era stato fin da giovanetto uomo di profonda preghiera. Per forza. Non si può essere ciò che Sir Thomas More fu, senza l’unione con Dio. Gli altri non se ne accorsero perché avrà pregato in piedi – anche – senza farsene propaganda, nella vita giornaliera ordinaria, nel tempo stesso che lavorava, che organizzava, che conciliava parti in controversia. Se no, come si spiega il tutto della sua vita, così retta, così onesta, così pura?
Dice Barbara Ward di Sir Thomas: “Era nato per essere viziato dalla vita. Aveva tutte le doti necessarie per brillare in una corte vivace, intellettuale, amante del piacere. Aveva una prontezza di spirito proverbiale, era di bellissimo aspetto; durante la sua gioventù le donne avevano fatto follie per lui. La sua cultura era senza pari, e in più il suo carattere cordiale e affascinante attirava tutte le simpatie. E non era ricco; aveva dovuto farsi la sua strada nel mondo. Quale altra combinazione di circostanze può essere più adatta di questa a stimolare l’ambizione di un giovane e a trascinarlo nella lotta per la ricchezza e gli onori che la grande maggioranza dei suoi colleghi cortigiani perseguiva con successo intorno a lui?”.
Se ebbe ambizioni vive, esse furono di crearsi una famiglia esemplare, di essere fedele alla patria e al re, di essere fedelissimo alla Chiesa e a Dio.
Scrive ancora la Ward: “Moro temeva la propria debolezza: non esistette mai un’anima più umile della sua. E temeva di poter cedere sotto la tortura e quando l’avessero portato all’esecuzione per sventramento, riservata ai traditori. Così, in carcere, si diede alla contemplazione di Colui che di fronte all’agonia e alla morte sudò sangue e pregò che il calice gli fosse allontanato. Nel suo “Trattato sulla Passione” scrisse: “Chi ha il cuore forte può trovare migliaia di eroici e gloriosi martiri, il cui esempio seguire gioiosamente. Ma tu ora, o timorosa e debole e sciocca pecora, pensa che per te basta camminare dietro a Me, che sono il tuo pastore e la tua guida; e quindi diffida di te stessa e riponi in Me la tua fiducia”.
Aveva chiesto di non crucciarsi eccessivamente per quella cosa troppo invadente che si chiama “io”. E, siccome Dio ci aiuta se noi ci aiutiamo dopo avergli chiesto aiuto, ce la fece a morire martire della Fede, nel 1535, a 57 anni.
Poté dire di sé: dei re buon servo; ma di Dio anzitutto.
Ce ne fossero di servi così, oggi.