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Sono ottant’anni o quasi.
Ora
voglio guardare indietro.
I boschi – il borgo della fanciullezza
le poche cose intorno.
I molti volti; i tanti vecchi, stanchi.
E un frignare di ragazzi in gioco
e migliaia di lucciole nei prati,
e temporali e nevicate e nebbie
e afa e venti e brezze,
e animali nel cortile grassi
e rondini in cielo e sotto i tetti,
e nuvole in cammino
e canti solitari
d’innamorati il sabato di sera.
Le raganelle in coro
quando cambiava il tempo
e le rane delle risaie vicine.
E i galli che cantavano fuori ora
e si diceva: il nostro tempo cambia.
E la piccola casa che sembrava
così grande, e quella stalla
con due mucche e un vitello
– due mucche stanche per l’arar dei campi
e il vitellino che poi si vendeva
a trentacinque lire -.
E cento altre cose.

*

E quell’odiata scuola elementare
(ma: cara maestra Attilia,
mia maestra
che mi volevi bene, e che amavo…).
E poi quell’odiatissima campana
della Parrocchia che suonava a lungo
il catechismo e altro.

*

Guardo indietro
fin dove?
Fino a mia madre
così sempre giovane
così sempre bella
dolce e severa che piangeva sola
quando l’abbandonai per farmi prete.

(Dicembre 2006 – 18.1.2007)